A Miami Beach, al FII Priority Summit, davanti ai gestori del fondo sovrano saudita riuniti al Faena Hotel, Trump ha descritto il proprio esercito come uno strumento che — a volte — bisogna usare. Ha citato il Venezuela, con l’operazione completata a gennaio. Ha citato l’Iran, dove i negoziati sono ancora aperti. Poi, quasi di passaggio, ha aggiunto Cuba. Ha sorriso. Ha chiesto di dimenticare.
Non va dimenticato.
Non perché Trump stia pianificando uno sbarco a L’Avana nelle prossime settimane. Ma perché quella frase, pronunciata in quel contesto e davanti a quel pubblico specifico, è la conferma operativa di una dottrina che ha già prodotto due interventi in dieci settimane. La gerarchia degli obiettivi esiste, è pubblica, e Cuba vi compare esplicitamente.


