Blackout da 20 ore al giorno, PIL crollato del 23% dal 2019, nessun alleato pronto a intervenire. Cuba è la prossima tappa della dottrina Trump.
Il 27 marzo Trump ha detto "Cuba è la prossima" davanti a una platea di investitori sauditi. Poi ha chiesto ai giornalisti di ignorarlo. Nessuno lo ha fatto — e c'è una ragione precisa.
A Miami Beach, al FII Priority Summit, davanti ai gestori del fondo sovrano saudita riuniti al Faena Hotel, Trump ha descritto il proprio esercito come uno strumento che — a volte — bisogna usare. Ha citato il Venezuela, con l’operazione completata a gennaio. Ha citato l’Iran, dove i negoziati sono ancora aperti. Poi, quasi di passaggio, ha aggiunto Cuba. Ha sorriso. Ha chiesto di dimenticare.
Non va dimenticato.
Non perché Trump stia pianificando uno sbarco a L’Avana nelle prossime settimane. Ma perché quella frase, pronunciata in quel contesto e davanti a quel pubblico specifico, è la conferma operativa di una dottrina che ha già prodotto due interventi in dieci settimane. La gerarchia degli obiettivi esiste, è pubblica, e Cuba vi compare esplicitamente.
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