"La parte difficile è fatta." Il mercato non ci crede: Brent +4% mentre Trump dichiara vittoria sull'Iran
Il mercato non crede alla vittoria: mentre Trump dichiara l'IRGC decimato e la marina iraniana distrutta, il Brent sale del 4% e lo Stretto rimane chiuso.
Il Brent ha chiuso in rialzo del 4% nei minuti successivi al discorso di Donald Trump sull’Iran. Non si tratta di una reazione da panico, ma di una riapertura del premio di rischio. Il mercato ha ascoltato le stesse parole di Trump, le ha soppesate e ha votato nella direzione opposta.
Trump ha parlato con tono trionfale: la marina iraniana è distrutta, i Pasdaran decimati, gli obiettivi principali quasi raggiunti. Ha descritto le forze armate nemiche come ridotte in pezzi e ha ripetuto più volte che la parte più difficile del conflitto è già stata superata. Sul fronte diplomatico ha scaricato la questione dello Stretto sugli altri: i Paesi che dipendono dal petrolio dell’Hormuz dovranno farsi avanti autonomamente. Ha aggiunto che, una volta concluso il conflitto, lo stretto si aprirà “naturalmente”.
Il problema è che “naturalmente” e “presto” sono le due parole di cui il mercato ha imparato a diffidare in questo conflitto. Il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz è praticamente fermo da settimane: nessuna nave cisterna ha attraversato il canale martedì e solo tre domenica. L’Iran ha ridotto drasticamente i transiti attaccando i vascelli. Non si tratta di una chiusura simbolica, ma di uno shock fisico all’offerta globale di greggio che non si risolve con un discorso.
Trump ha lasciato aperta la finestra per nuovi attacchi nelle prossime due o tre settimane, ribadendo che non ci sarà cessate il fuoco finché lo stretto non riaprirà e che fino ad allora le operazioni militari proseguiranno con la massima intensità. È una posizione intrinsecamente contraddittoria: annunci di fine del conflitto imminente combinati con minacce di escalation. Il mercato interpreta questa incoerenza come un’estensione del rischio, non come un avvicinamento alla risoluzione.
Sul fronte diplomatico il quadro è altrettanto frammentato: la Gran Bretagna ha convocato una conferenza virtuale con 35 nazioni per discutere le opzioni di riapertura dell’Hormuz, mentre Pakistan e Cina rilasciano dichiarazioni congiunte che chiedono il cessate il fuoco, ma che non hanno alcun peso operativo sul terreno. Il presidente iraniano avrebbe chiesto una tregua, secondo Trump, ma Teheran ha smentito ufficialmente, definendo le affermazioni del presidente americano false e infondate.
Bank of America stima che il Brent rimarrà intorno ai 100 dollari al barile per il resto dell’anno, mentre gli economisti non escludono scenari estremi: Paul Krugman ha dichiarato che un percorso verso i 150 o addirittura i 200 dollari al barile non sarebbe irrazionale se la disruption si prolungasse.
La narrativa di Trump è quella di un comandante che ha vinto la battaglia e ora scarica il dopoguerra sugli alleati. La narrativa del mercato è diversa: una guerra che si prolunga oltre i target iniziali, uno stretto ancora chiuso, un’inflazione energetica già visibile alle pompe di benzina americane e un presidente che oscilla tra dichiarazioni di vittoria e minacce di nuovi raid. Quando le parole vanno in una direzione e i prezzi vanno nell’altra, conviene ascoltare i prezzi.
La domanda aperta è se Trump userà le prossime due o tre settimane per chiudere davvero il conflitto, o se le userà per alzare la posta prima di sedersi al tavolo delle trattative. I mercati hanno già scelto la loro risposta.
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FONTI: CNN, CBS News, Washington Post, CNBC, NPR, The White House


