Trump si sbaglia, l'isola di Kharg non basta
Trump vuole l’isola. Ma prendere Kharg non chiude il rubinetto — lo restringe. E l’Iran lo sa da quarant’anni.
Nel 1988, Donald Trump — allora imprenditore immobiliare con ambizioni geopolitiche — dichiarò a chiunque volesse ascoltarlo che Kharg andava presa. “Ci andrei e la prenderei” disse. Trentotto anni dopo, il presidente degli Stati Uniti sta valutando di fare esattamente quello. Il problema è che l’idea è sbagliata oggi esattamente come lo era allora.
Mettiamo i numeri sul tavolo.
Circa il 90-92% delle esportazioni di greggio iraniane passa da Kharg: nell’ultimo anno circa 1,57 milioni di barili al giorno su un totale di 1,64 milioni. Il terminale è una macchina da guerra fiscale: acque profonde che permettono il carico diretto di VLCC, 31 milioni di barili di capacità di stoccaggio, infrastrutture pipeline che collegano i principali giacimenti onshore dell’Iran. Non esiste nulla di paragonabile nel resto della costa iraniana.
Fin qui, la narrativa di Trump regge. Poi si inceppa.
La mappa che nessuno guarda
L’Iran possiede altri terminali di esportazione: Lavan, Sirri, e terminali minori nel Golfo Persico. L’unico bypass significativo al di fuori di Hormuz è la pipeline Goreh-Jask verso il Golfo dell’Oman, con una capacità effettiva stimata intorno ai 300.000 barili al giorno.
L’isola Lavan può gestire circa 200.000 barili al giorno con una capacità di stoccaggio di 5,5 milioni di barili. L’isola Sirri offre circa 4,5 milioni di barili di stoccaggio.
La somma di tutti i terminali alternativi — Jask, Lavan, Sirri, Qeshm — porta a una capacità complessiva di 500.000-600.000 barili al giorno in condizioni di guerra. Meno di un terzo di Kharg. Ma non zero. E in questa guerra, non-zero fa la differenza.
Il 7 marzo una petroliera ha caricato 2 milioni di barili a Jask — il primo carico da settembre 2024. Nelle prime due settimane di marzo, Kharg ha gestito almeno otto carichi di greggio per quasi 14 milioni di barili totali. Le operazioni petrolifere sono rimaste sostanzialmente ininterrotte nonostante i bombardamenti militari sull’isola.
Il messaggio strategico è chiaro: Teheran ha già cominciato a riscaldare i motori alternativi. Non aspetta che Kharg venga presa per iniziare a diversificare.
Kharg Island, 22 marzo 2026. Tre petroliere in carico (cerchi rossi) mentre Washington valuta l’occupazione dell’isola. Le operazioni di esportazione non si sono mai fermate. | Source: Eos, satellite: Sentinel-2 L2A
La lezione della guerra Iran-Iraq che nessuno cita
Durante la guerra Iran-Iraq, le forze irachene bombardarono ripetutamente Kharg danneggiando il terminale. L’Iran spostò le spedizioni verso strutture più piccole a Lavan e Sirri. Entro il 1987, Larak era diventato il principale punto di esportazione.
Quando messo alle strette, l’Iran improvvisa. I tecnici NIOC svilupparono l’isola Sirri come terminale alternativo; quando l’Iraq bombardò Sirri, si spostarono su Larak, usando sistemi shuttle-tanker e transhipment per mantenere il flusso di greggio anche mentre quelle stesse alternative venivano attaccate.
Quarant’anni di esperienza sotto pressione militare. La Casa Bianca sta davvero scommettendo che questa volta sarà diverso?
Le implicazioni per il mercato: due scenari
Il mercato in questo momento sta prezzando Kharg come leva negoziale, non come obiettivo militare reale. Questo è il consenso. Il consenso potrebbe essere sbagliato.
Scenario 1 — Kharg viene presa o distrutta. Il mercato sconta immediatamente la perdita di 1,5 milioni di barili al giorno. Brent verso $130-140. Ma entro 60-90 giorni l’Iran riorienta le esportazioni verso Jask e i terminali minori: recupera 400.000-500.000 barili. Il mercato si stabilizza su livelli comunque insostenibili. Hormuz rimane chiusa perché Teheran non ha incentivi a riaprirla — ha già perso il suo asset principale.
Scenario 2 — Kharg viene usata come merce di scambio. Trump minaccia, l’Iran apre parzialmente Hormuz, Kharg rimane intatta. Il mercato scende di $15-20 sul sollievo. Ma il pedaggio da $2 milioni resta, l’IRGC mantiene il controllo de facto dello stretto, e tra sei mesi siamo punto e a capo.
In entrambi gli scenari manca una variabile: Iran ha esportato almeno 1,5 milioni di barili al giorno dall’inizio della guerra — a un prezzo medio di 80 dollari al barile, sono 2,5 miliardi di dollari in quattro settimane. Soldi che finanziano la guerra. La revoca temporanea delle sanzioni petrolifere da parte di Washington è stato, paradossalmente, un regalo a Teheran.
Il problema strutturale
Prendere Kharg risolve il problema di Trump solo se si parte dall’assunto che l’Iran cederà sotto pressione fiscale acuta in pochi giorni. Quell’assunto è storicamente falso.
Tra il 2020 e il 2021, la campagna di massima pressione con sanzioni petrolifere ridusse le esportazioni iraniane a meno di 250.000 barili al giorno per diversi mesi. Teheran non cedette. E aveva meno tempo, meno riserve, e nessuna guerra in corso che le consentisse di mobilitare la narrativa del nemico esterno.
Per strangolare davvero il flusso di petrodollari iraniani bisognerebbe prendere simultaneamente Kharg, Jask, Lavan, Sirri e bloccare ogni petroliera che si avvicini alle coste iraniane. Un’operazione militare di scala enormemente superiore a qualsiasi cosa l’amministrazione Trump stia contemplando pubblicamente — e con costi geopolitici che includono la rottura definitiva con Cina e India, i due principali acquirenti del greggio iraniano.
Trump vuole Kharg da trentotto anni. Forse varrebbe la pena chiedersi perché nessuno, in trentotto anni, gliel’abbia mai data.
Fonti: Kpler, Bloomberg/Javier Blas, Iran International, Britannica, Iran Open Data Center




